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« L'Europe se fera dans les crises et elle sera la somme des solutions apportées à ces crises »—Jean Monnet

Dal Deinonychus al Fiscal Compact: i miei primi 24 anni da intellettuale

Sentivo il bisogno di scrivere una piccola nota introspettiva sui miei primi ventiquattro anni da intellettuale, ovvero la linea rossa dai dinosauri al fiscal compact.

Prima venne la smodata passione per i dinosauri, come per molti bambini; ho letto più libri di dinosauri che libri di scienza politica, alcuni peraltro molto tecnici; probabilmente conoscevo più parole latine a cinque anni che a quindici.
In terza elementare, nel 1996, ebbi la mia prima discussione seria: la mia maestra dell’epoca, Suor Giulia, non ci voleva far vedere la serie in tre puntate sulla storia dei dinosauri perché Piero Angela era ateo. Non che io sapessi cosa voleva dire quella parola, ma la serie di Super Quark era assolutamente più bella (oltre che molto più tecnica) di quella del concorrente “cattolico” di cui onestamente non ricordo il nome. E poi la conoscevo a memoria….comunque vinsi io, e guardammo Superquark.

Suor Giulia più tardi mi prese da parte e mi disse: “guarda Francesco io di dinosauri non capisco niente, però la storia degli uomini è più bella: leggi questo.” E mi diede un libretto sgualcito sui carri e i cavalieri di Ramses II alla mitica battaglia di Qadesh, contro gli Ittiti. Fu una rivelazione, e poi avevo finito i nomi di dinosauri da imparare; mentre di Regni e battaglie e generali c’erano cinque millenni da scorprire. D’un tratto non volevo fare più il paleontologo, ma l’archeologo: fu grazie a Suor Giulia che passai, a otto anni, dalla storia dei dinosauri alla storia degli uomini- ma solo quelli interessanti: i re e i guerrieri, i conquistatori, gli eroi, e naturalmente i grandi archeologi. Mi lessi una versione semplificata dei diari di Schliemann, e innumerevoli resoconti di ricerche nella Valle dei Sepolcri; lessi il De Bello Gallico (ovviamente in traduzione), la biografia di Alessandro, e tante altre belle cose (mai letto cosi tanto come a tredici anni). Mi iscrissi quindi al liceo classico, perché un archeologo che si rispetti conosce alla perfezione il greco, il latino e pure l’aramaico.
Pia illusione: il greco non mi entrò mai nel sangue; i continui litigi con le lingue classiche mi fecero desistere dai miei grandiosi piani da archeologo; perché non storico, invece?

L’infatuazione con la storia durò a lungo, ma ricevette un colpo fatale da un altro professore, Mauro Belli, filosofo prestato alla storia al Liceo Giandomenico Romagnosi. Due sue lezioni diedero un colpo fatale alla “vecchia” visione della storia come catena di fatti, per aprire una volta ancora un nuovo mondo, quello della “sistematizzazione” dei processi storici. La prima fu il magistrale account, in gran parte storiografico, della Battaglia di Beauvines; un passo di diverse pagine sull’influenza secolare di quel particolare evento, che segnò la divergenza- di struttura sociale prima di tutto- tra i normanni britannici e quelli del continente. Lo sconfitto, Giovanni Senza Terra, fu costretto dai suoi baroni ribelli a effettuare larghe concessioni: la Magna Charta, i primi Parlamenti, la possibilità di convertire l’obbligo feudale di servire direttamente in guerra con la possibilità di inviare mercenari arruolati nelle schiere popolari. Mentre Filippo di Francia, il vincitore, poté rafforzare la stretta della monarchia Francese sui propri feudatari, garantendosi il servizio della cavalleria baronale. Distinzioni destinate a durare, a rafforzarsi nei secoli fino a dar vita a forme di monarchia -l’una costituzionale, l’altra assoluta- molto diverse tra loro nonostante l’origine comune.
Ma il colpo di grazia alla “vecchia storia” venne dagli scritti sulle conseguenze economiche della peste del 1348, fondamento- sosteneva Belli, penso, ispirato da Marx- del Rinascimento.  La peste ebbe due effetti di lungo termine: ridusse enormemente la manodopera, aumentando il costo del lavoro e quindi ponendo le basi per l’affrancamento del contado dalle corvées feudali; e concentrò i capitali in poche mani, creando grandi ricchezze pronte per essere investite in infrastrutture, arte, esplorazioni e guerre.

Belli fu un colpo letale da cui i generali e condottieri non si ripresero più. A chi interessa la storia di un uomo, quando puoi studiare in maniera sistematica la storia dell’umanità? volevo trend, non fatti; leggi sociali, non eventi. Iniziai quindi a interessarmi della dinamica sociopolitica della storia all’alba dei diciassette anni, compreso il motore delle idee, la fisolofia politica. Lessi Agostino e Pascal e Cartesio, ma i miei preferiti restarono Kant e Marx, in cui mi tuffai con gran passione mentre fuori scoppiava la primavera dell’adolescenza e accompagnavamo Marx a Baudelaire e magari pure Montale (che a Baudelaire, con tutto il rispetto, gli fa un baffo). Ma d’altra parte si cresce, e dalla storia come catena di fatti alla storia come sistema sociopolitico il salto verso la Facoltà di Scienze Politiche è breve assai; e si lasciò Parma, bella e provinciale, per immergesi nell’orribile, ma centralissima, capitale del Nord, la Milano dei peggiori anni del duo Moratti-Formigoni.

I chiostri rossi del Bramante, gioiello dell’Università Cattolica, mi colpirono dal primo istante; quella era, intellettualmente, casa mia. La rivelazione, in termini accademici, fu duplice e in qualche modo straziante. Con l’economia fu amore a prima vista; io la capivo e lei capiva me. Mi prese più che tutto il resto, perchè capire il funzionamento interno del mercato globale, le forze profonde che lo muovono, è molto più avvincente che discutere per ore della definizione di “partito”. La promessa dell’economia era semplice: capisci me, e capisci le dinamiche del mondo in cui vivi. In effetti l’unica cosa che mi rimase davvero, delle scienze politiche intese in senso tradizionale, furono due: la legge ferrea dell’oligarchia del vecchio Michels, e il Beahviouralism di Easton e compagni; pensiero sistematico e non nozionistico. A difendere il baluardo delle scienze umane v’era però non l’ultimo dei parvenuti: Paolo Colombo, oltre che retore dalle grandi qualità, con un passato da attore e musicista, era un gran docente. Il suo testo, Storia delle Istituzioni Politiche di Jaques Ellul, un volume senza pari che ancora oggi rimane incontestato il migliore nel suo campo. Ellul (e Colombo) ti facevano percepire di tenere cosi’, nella presa della mano, mille anni di sviluppo istituzionale. C’era del genio, in quel lavoro, cosi come c’era del genio nell’economia; fu la scoperta del lungo periodo e il matrimonio perfetto:l’evoluzione delle istituzioni e l’evoluzione delle leggi dell’economia. Poi la vita accelerò, venne Montpellier e venne Doris; e intellettualmente parlando, venne sopratutto Paul De Grauwe con Economia delle Unioni Monetarie. Un libro sopraffino, semplice eppure complesso; totale e sistematico. Fu leggendo De Grauwe che capii: non volevo essere un paleontologo, nemmeno un archeologo, non uno storico, non un filosofo della storia, non un politologo, e nemmeno un istituzionalista: volevo essere un economista politico, volevo lavorare sull’economia dell’Europa. Volevo guardare istituzioni ed economia insieme, come due facce del processo integrativo- lo capii d’un tratto, a settembre 2009, al termine di una lunga discussione con Simone nel cortiletto dell’Augustinianum, sulle implicazioni ultime di quella che stava iniziando ad essere “la crisi” d’Europa.

Il resto- Lugano, Nijmegen, Bruxelles- venne da se. La maturità vera però arrivò più tardi, al terzo piano di Rue de la Charité: fu nell’ufficio asettico di Bruegel che la mia comprensione teorica si trasformò in dettagliata conoscenza operativa della governance dell’Unione Europea; Guntram e Benedicta ricevettero uno studente sprovveduto e fecero del loro meglio- non senza fatica, e probabilmente con limitato successo- nel trasformarlo in un ricercatore; devo più a loro che alla stragrande maggioranza dei miei docenti. La transizione era ultimata, e da allora non mi sono mosso tanto: il “trilemma” nacque a Bruegel un pomeriggio di aprile 2012, e su quello ancora lavoro. La cosa interessante, però, è che posso guardare indietro e ripercorrere il filo rosso, dettato da una crescente voglia di comprensione, fino all’età di due/tre anni, all’epoca dei dinosauri e della paleontologia; un desiderio montante di scoprire, spiegare, trasmettere ad un livello sempre crescente, perchè di crescere non si smette mai; e dopotutto, se c’è della coerenza in questo filo rosso, allora potrei morire da fisico o da teologo, qualora vi sia ancora un’apprezzabile distinzione tra il tempio dell’uomo e quello della natura.

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This entry was posted on October 7, 2015 by in Italy, OPINIONS.

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